23.09.2010

Intervista a Matteo Burato, un ex volontario PBI in Colombia

Matteo Burato

Nome: Matteo Burato

1. Matteo, cosa ti ha spinto a scegliere PBI come organizzazione con cui fare un’esperienza di volontariato?

Dopo diverse esperienze nel mondo del volontariato, stavo cercando qualcosa di diverso, che si distinguesse dal consueto modo di “fare cooperazione”. Diciamo che mi sono imbattuto in PBI in un momento in cui avevo quasi perso le speranze. L'aspetto che ha richiamato maggiormente la mia attenzione fu ciò che il COP definisce con il termine “non-ingerenza”. Un presupposto che ben si adattava alla mia idea di co-operare. PBI nasce con uno scopo ben preciso: difendere chi lotta per i diritti umani in contesti dove persistono forti conflitti sociali. Qui sta il punto. Si tratta di porsi al lato delle vittime e non di risolvere un conflitto da una prospettiva puramente occidentale, come invece operano numerose agenzie di cooperazione. In questo senso si tende ad affermare un diritto troppo spesso dimenticato: l'autodeterminazione dei popoli.
 

2. Quale progetto hai scelto? Perché proprio questo progetto?

Ho lavorato nel Progetto Colombia (COP). Non è stata una scelta facile decidere fra i 3 progetti che PBI porta avanti in America Latina, in quanto le mie esperienze passate mi hanno legato emozionalmente a questa regione. La scelta è ricaduta sulla Colombia perché è qui che vedo la maggior contraddizione nei termini di una dialettica capitale/società civile. Per spiegarmi meglio: la Colombia rimane l'ultimo baluardo statunitense in America Latina, il terzo “beneficiario” (dopo Israele e l'Afghanistan) di una fitta cooperazione soprattutto di tipo militare. Questo comporta senza dubbio un enorme dispendio di capitali per sostenere una guerra che ormai si protrae da oltre mezzo secolo. Non sono da dimenticare poi gli interessi economici che stanno dietro a la cosiddetta “guerra sucia”. Ricchissima di acqua, minerali e petrolio, la Colombia continua a vivere un conflitto sociale senza eguali nel continente. Una lotta che si esprime su differenti livelli, tra gruppi sociali diversi , ma pur sempre legati dallo stesso desiderio: il potere e il controllo del mercato economico. .    

3. Rispetto alle aspettative che ti eri creato, cosa ti ha sorpreso positivamente e cosa ti ha deluso?

Ciò che mi sorprende in PBI è il concetto di orizzontalità. Tutte le decisioni che vengono prese all'interno del progetto sono il frutto di una lunga discussione che, in un modo o nell'altro, coinvolge tutti i volontari. Nel consenso non si cerca l'unanimità assoluta. Si cerca le consapevolezza e soprattutto la responsabilità nei confronti della decisione presa. Mi colpisce proprio questo; lo sforzo, a volte immane, per rimanere coerenti a questo principio. Non è facile, bisogna ammetterlo, perché la maggior parte di noi proviene da una società basata su gerarchie. Scala gerarchica che si riflette su più livelli, dal basico nucleo famigliare ai più complessi rapporti sul luogo di lavoro.
Se c'è una cosa che mi sta deludendo è la tendenza a cui, a mio parere, si sta dirigendo il COP. Una tendenza alla professionalizzazione del volontariato, al diventare una ONG “istituzionale”, perdendo di vista forse il motivo centrale per cui siamo qui: le persone che accompagniamo. Questo si riflette sul lavoro stesso, sempre più politico, teso sempre più a relazioni diplomatiche di alto livello. A volte ho la sensazione che si stia preferendo il lavoro interno all'accompagnamento vero e proprio.

4. Ti è capitato di provare paura durante la tua esperienza? In che occasione? Come sei riuscito ad affrontarla?

No, non posso evidenziare alcuna situazione tale da avermi indotto a provare un senso di paura. Sarà forse l'idea di una certa “immunità” che portiamo addosso come volontari internazionali. Il COP, nei suoi 15 anni di Colombia, è riuscito a tessere un'importante rete di appoggio e di relazioni con le diverse autorità. Quando ci si muove nel terreno, tutti sanno dove e quando sarà effettuato l'accompagnamento. Questo è per noi un punto di forza molto importante che riesce a trasmettere un buon grado di sicurezza. Un altro discorso si potrebbe fare quanto parlando delinquenza comune. Da questo tipo di violenza è difficile difendersi perché non si conoscono gli attori verso i quali provocare la nostra dissuasione. Ma diciamo che rientra in una paura generalizzata, non legata propriamente al lavoro di volontario con PBI.

5. Quale delle esperienze di accompagnamento o quale organizzazione protetta ti è rimasta più impressa e perché?

Le esperienze come accompagnante sono sempre emozionanti. Per esempio gli accompagnamenti nell'Oriente antioqueño mi hanno permesso d'entrare in stretto contatto con campesinos fuggiti dalla loro terra a causa del conflitto armato. Vedere in loro la volontà di tornare, di voler riappropriarsi di un passato che gli è stato tolto e di un presente di cui non sono padroni è sempre qualcosa di veramente toccante. Sono le discussioni che maggiormente mi colpiscono e m'affascinano.

6. Racconta un momento difficile e uno molto entusiasmante della tua esperienza nel progetto.

Sicuramente uno dei periodi più duri fu il momento in cui a Medellin iniziarono i procedimenti giudiziari contro alcuni accompagnati, accusati di essere il braccio politico delle FARC. Ricordo le riunioni interminabili, i continui appelli alle autorità, lo stress che si faceva palpabile all'entrare dalla porta di casa. Soprattutto il senso che il nostro lavoro politico servisse a poco, data la gravità delle accuse a cui erano sottoposte queste persone.  
L'entusiasmo. È difficile descrivere ciò che si prova in Brigadas, soprattutto durante gli accompagnamenti. L'entusiasmo è quotidiano. Te lo dà la gente.

7.Come è stato lavorare e vivere in equipe con persone di diverse nazionalità?
In questo parto favorito, grazie ad altre numerose esperienze di vita comunitaria. La domanda è azzeccata e sottolineerei “lavorare e vivere”. Credo che la grande difficoltà sia proprio data dal fatto che si è a stretto contatto, notte e giorno, 24 ore su 24, con le stesse persone. Va a fortuna. In gruppi affiatati si lavora molto bene; poi succede che l'entrata o l'uscita dei “nuovi” o dei “vecchi” rompe le carte in gioco e si è costretti a ripartire dall'inizio, cercando nuove forme di coesione.

8. Qual'è la cosa più importante che hai imparato in questa esperienza?

A ridimensionare i “nostri problemi” come uomini occidentali. Le vicende di cui si è testimoni, o solamente semplici ascoltatori, sono così importanti che tutta la sfera personale entra in secondo piano. Aggiungerei anche che, attraverso il contatto con la cultura del luogo, il significato che oggi do alla parola “personale” ha assunto nuovi connotati. Le esperienze vissute aiutano a comprendere che spesso è solamente tramite uno sguardo della vita più “comunitario” che si riescono a realizzare i grandi sogni, le grandi lotte.  

9. Qual'è secondo te il punto di forza e il punto di debolezza del lavoro di PBI?

Sto lavorando in PBI perchè in essa ho trovato un'organizzazione che non pretende risolvere, giudicare o esportare un modello bell'e fatto per uscire da questo conflitto decennale. Il punto forte è proprio questo, l'idea di aprire uno spazio, di favorire il diffondersi della tematica dei diritti umani attraverso le organizzazioni colombiane stesse.  Dare parola e voce a chi ha davvero il diritto e il dovere di parlare. Insomma i punti forti sono i principi che PBI ha adottato nel suo statuto: non violenza, imparzialità, non ingerenza, orizzontalità e il suo carattere internazionale.
Questo suo “essere terza parte” imparziale all'interno del conflitto però ha una debolezza. In certi casi manca la forza che può avere una denuncia diretta. Inoltre, sulla base dell'orizzontalità, l'informazione all'interno del progetto è condivisa a tutti i livelli. Il flusso di notizie e informazioni è talmente grande che spesso la cosa diviene quasi disarmante e si deve fare uno sforzo per “stare al passo”.

10. Alla luce dell’esperienza nel progetto, come valuti la formazione ricevuta e il sostegno di PBI durante il tuo periodo di servizio?

Diciamo che il COP punta moltissimo sulla formazione iniziale e continua. Se non sbaglio, tra i progetti PBI, è quello con il periodo di formazione più lungo. Credo che sia un punto estremamente importante, su cui si dovrebbe insistere ancora di più. Valuto certamente positivi tanto la formazione come il sostegno ricevuti durante il periodo di volontariato. Si è seguiti da persone incaricate della sanità mentale dei volontari, durante e dopo l'esperienza. PBI è tra le poche ONG ad avere questo privilegio.

11. Quanto è stata importante la Nonviolenza durante il progetto? Puoi fare un esempio di come si esprimeva?

Nel mio caso la scelta nonviolenta ha giocato un forte ruolo prima di mettere piede nel COP, soprattutto durante la formazione. Il fatto che la mia concezione filosofica della società, fin dall'inizio, abbia avuto un marcato accento marxiano, mi ha obbligato a riflettere molto sul mio integrarmi o meno in Brigadas. Diciamo che per me è stato una sorta di compromesso. Successivamente però, dal considerare la nonviolenza come uno strumento utile - e per me accettabile solamente all'interno di un conflitto come quello colombiano - ho iniziato a riflettere più profondamente su tale filosofia come stile di vita. In questo senso sto apprendendo come la nonviolenza implichi sacrificio per un lato, per l'altro però apre spazi sociali e/o individuali altrimenti impossibili.
Si esprime ogni giorno nel lavoro che facciamo e nel modo in cui stiamo pensando questo progetto. Praticamente. Per esempio non appoggiamo organizzazioni sociali che prevedano misure cautelari di sicurezza come la scorta armata; non accompagniamo il movimento sindacale anche perché molti dei suoi membri portano armi personali per difendersi.

12. Cosa consiglieresti a chi vuole partire con PBI?

Innanzitutto di prefissarsi un motivo forte che spinge alla partenza. Nel mio caso sono  stato degli ideali, delle idee che mi aiutano a dare un senso a quello che faccio, soprattutto nei momenti difficili. Per altre persone i motivi possono essere diversi (lavoro, esperienza, ecc...), ma credo che di fondo vi debba essere un obiettivo. Secondo, identificarsi nei principi che muovono l'azione di PBI, perché ogni giorno si è in contatto o in disputa con fatti e persone che hanno a che vedere con quei valori. Terzo, che è in definitiva un somma delle due cose, prendersi un periodo per pensare se davvero il mondo PBI ci appartiene. Giusto e lecito provare, però qualche ragionamento in più solleva da intraprendere un percorso straordinario e ricco d'umanità, ma sicuramente non facile.

13. Hai un messaggio finale che vorresti trasmettere?

“Un error no se convierte en verdad por el hecho de que todo el mundo crea en èl” (Gandhi)  

Testimonianze

“PBI ci ha accompagnato… per più di cinque anni, facendo visita a carceri, posti di blocco militari e della polizia, sindacati, tribunali e lezioni universitarie. Ci ha accompagnato in diverse regioni, viaggiando in autobus, in nave, in elicottero, a cavallo o a piedi. Ci accompagnano all’aeroporto quando arriviamo o lasciamo il Paese, rimanendo assieme a noi per periodi di tempo che in certi casi superano le 18 ore al giorno, sette giorni su sette. E anche quando non sono con noi,  sono impegnati in attività diplomatiche legate a lobby presenti nell’Unione Europea e negli Stati Uniti….Posso sicuramente affermare che continueremo a sostenere il lavoro di PBI per tutta la vita.”
Luis Pérez Casas, del Collettivo di avvocati “José Alvear Restrepo”, Colombia, un’organizzazione soggetta a costanti minacce

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