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Intervista a Valentina Piersanti, ex volontaria in Honduras

 

Valentina Piersanti è stata volontaria nel progetto Honduras di PBI nel periodo12/01/2019-12/01/2020.


Cosa ti ha spinto a scegliere PBI come organizzazione con cui fare un’esperienza di volontariato?

Ho conosciuto PBI grazie ad un evento organizzato dall'università nella quale studiavo. La decisione finale di fare domanda l'ho presa dopo aver parlato con una ex volontaria del progetto Guatemala. Avevo voglia di conoscere in prima persona la lotta sociale e le difficoltà che affrontano ogni giorno i difensori e le difensore dei diritti umani in America Latina, ed i suoi racconti sul lavoro sul campo mi hanno motivata. Mi ha colpito subito il modus operandi dell’organizzazione e i principi di non violenza, imparzialità e non ingerenza sui quali su fonda. Grazie a questa filosofia l’organizzazione riesce a dare appoggio e sostegno a tante organizzazioni di base senza imporre la propria visione, rispettando la strategia e la lotta sociale che sostengono e rimanendo in secondo piano dando allo stesso tempo visibilità a livello internazionale.


Quale progetto hai scelto? Perché proprio questo progetto?

Devo ammettere che non conoscevo molto la realtà onduregna prima di imbattermi in PBI. Personalmente avevo già fatto un’esperienza in America del Sud e volevo conoscere la situazione dei difensori e delle difensore dei diritti umani in Centroamerica. Adesso che ho terminato il mio anno di volontariato sono contentissima della mia scelta. L’Honduras è un paese bellissimo e allo stesso tempo complicato. Il movimento sociale è molto resiliente ma purtroppo non riceve l’attenzione internazionale che dovrebbe. La presenza di PBI per le persone accompagnate è molto importante in tutti i suoi aspetti.


Rispetto alle aspettative che ti eri creata, cosa ti ha sorpreso positivamente e cosa ti ha deluso?

In generale l’esperienza ha superato le mie aspettative su tutti i fronti. Forse quello che mi ha sorpreso positivamente di più è stata la velocità con la quale mi sono fatta coinvolgere dalla realtà onduregna e il grande ‘compromiso’ che ho sentito fin da subito stando a contattato con le persone accompagnate.

L’alta mole di lavoro non la definirei una delusione ma senz’altro una sorpresa, sopratutto pensando al lavoro di ufficio e di gestione più “amministrativa” che svolge il gruppo di volontari e volontarie. Il ritmo di lavoro è impegnativo e non comprende solo l’accompagnamento fisico come magari ci si può immaginare prima della partenza. Personalmente l’ho trovato comunque stimolante ed un fattore di crescita, allo stesso tempo, credo sia importante essere consapevoli di questo aspetto già prima della partenza.

 

Ti è capitato di provare paura durante la tua esperienza? In che occasione? Come sei riuscita ad affrontarla?

Personalmente non mi sono mai sentita in pericolo, nonostante fossimo consapevoli dei possibili rischi che comportavano alcune attività lavorative e le uscite nel tempo libero. Credo che la mia tranquillità fosse dovuta anche dalla grande importanza che il progetto ripone sul tema della sicurezza de propri volontari.


Quale delle esperienze di accompagnamento o quale organizzazione protetta ti è rimasta più impressa e perché?

È molto difficile scegliere, personalmente mi sono affezionata molto a tutte le organizzazioni accompagnate ed alla lora causa. Ognuna di loro ha una storia propria e differente e un coraggio che ammiro. Tuttavia, c’è un’organizzazione che mi è rimasta più impressa per la forza di volontà, il coraggio e la resilienza delle persone che ne fanno parte ed è Arcoiris.

Arcoiris si batte ogni giorno per il riconoscimento e il rispetto dei diritti della comunità LGTBIQ in Honduras. Gli attivisti e i rappresentanti dell’organizzazione mettono a rischio la lora vita ogni giorno, ricevono continue minacce di morte, sono vittime di violenza e di aggressioni. La donne trans sono purtroppo le più colpite da questa violenza, e le morti rimango per più del 90% dei casi nell’impunità. Ma nonostante tutto ciò, Arcoiris continua a portare avanti la sua lotta e ad offrire una casa a tante persone che sono discriminate spesso anche dalle proprie famiglie per la propria espressione, identità di genere e/o orientazione sessuale.


Racconta un momento difficile e uno molto entusiasmante della tua esperienza nel progetto.

Il momento più difficile della mia esperienza è stato senza dubbio l’omicidio di Bessy, una donna trans, attivista di Arcoiris e nostra accompagnata. La brutalità con la quale è stata uccisa e la consapevolezza di non poter evitare questi tipi di aggressioni mi hanno fatto riflettere molto e sono stati sicuramente difficili da processare, visto anche il legame affettivo.

Uno dei momenti più entusiasmanti è stato invece la liberazione dei 13 ambientalisti della comunità di Guapinol, fortemente criminalizzati e accusati, tra gli altri capi d’accusa, di associazione illecita. Ho assistito probabilmente al processo più lungo della mia vita, per sette giorni consecutivi dalle 9 di mattina alle 1 di notte. Ma vedere la felicità della famiglie, degli avvocati e della comunità quando finalmente sono stati dichiarati innocenti per tutti i capi d’accusa è stata un’ emozione bellissima.


Come è stato lavorare e vivere in equipe con persone di diverse nazionalità?

Difficile e divertente allo stesso tempo. Senza dubbio questo tipo di convivenza è molto intensa sopratutto con il cambio continuo di volontari. Per questo motivo, credo che sia fondamentale avere spirito di gruppo per non creare e/o risolvere eventuali conflitti.


Qual'è la cosa più importante che hai imparato in questa esperienza?

Credo che questa esperienza mi abbia fatto capire veramente cosa significa nascere in una certa zona geografica del mondo e i privilegi che mi vengo dati solo per la cittadinanza scritta sul mio passaporto.


Qual'è secondo te il punto di forza e il punto di debolezza del lavoro di PBI?

Credo che il punto di forza di PBI sia la sua presenza sul campo, il contatto diretto con le organizzazioni locali, e la rete di appoggio a livello nazionale e internazionale.

Il cambio continuo di volontari è una cosa positiva da una parte perché nuove persone portano nuove idee, però dall’altra può diventare un punto debole soprattutto se non si ha una coordinazione sul campo. Il cambio continuo infatti può rallentare la consolidazione del progetto e la perdita di memoria storica che in alcuni casi rischia di influenzare la relazione con gli accompagnati.


Alla luce dell’esperienza nel progetto, come valuti la formazione ricevuta e il sostegno di PBI durante il tuo periodo di servizio?

Valuto la formazione e il sostegno ricevuto in modo positivo. Le persone nel progetto si sono sempre dimostrate molto disponibili ed attente alla salute mentale e fisica dei volontari sul campo. Sicuramente la distanza a volte può ostacolare la comunicazione tra i veri organi del progetto e creare frustrazione ma credo che ogni progetto stia già lavorando costantemente su questo elemento per migliorarsi.


Quanto è stata importante la Nonviolenza durante il progetto? Puoi fare un esempio di come si esprimeva?

Moltissimo sia per interfacciarci con le organizzazioni accompagnate che per la relazioni interne del gruppo. Per esempio, nel mio gruppo si è sempre fatta molta attenzione alla violenza verbale in casa e soprattutto durante il processo decisionale, cercando di creare uno spazio sicuro devo tutte le persone potessero esprimere il proprio pensiero.


Cosa ti sarebbe piaciuto facessero dall’Italia i soci Pbi mentre eri nel progetto? Lo hanno fatto?

Non ho avuto nessun tipo di contatto con il gruppo nazionale prima di partire, a parte con una persona che mi ha fatto la formazione pre-partenza. Credo che sarebbe utile che una volta selezionati e, soprattutto al rientro, il gruppo nazionale provi a contattare i volontari e non viceversa.


Pensi di continuare ad impegnarti per PBI ora che sei tornato in Italia? Come?

Sì mi piacerebbe tantissimo rimanere connessa in qualche modo a PBI. Ho già offerto la mia disponibilità per varie attività.


Cosa consiglieresti a chi vuole partire con PBI?

Ai futuri volontari consiglio di cercare di capire come lavora PBI prima di partire, di chiedersi se condividono i suoi principi perché sarà importantissimo una volta sul campo. Di essere disposti a cambiare le proprie abitudini e riadattarle al contesto del paese in cui andranno. Ma soprattutto di vivere al meglio questa esperienza che ricorderete sicuramente per tutta la vita.


Hai un messaggio finale che vorresti trasmettere?

Alcuni brigatisti “veterani” mi hanno detto all’inizio dell’anno che PBI è “una escuelita”, e adesso che anche io ho terminato questa esperienza capisco finalmente il significato. Pbi ti aiuta a conoscerti meglio, ti insegna ad ascoltare gli altri, a mettere in discussione le tue idee, ti apre gli occhi, ti sfianca, ti frustra, ma soprattutto ti da la possibilità di vedere che siamo in tanti a combattere per un mondo più giusto.

Mi chiamo Tommaso e vengo dall'Italia. Dopo aver lavorato per qualche anno in America Latina, ho deciso di venire in Colombia perché il paese sta attraversando un momento unico nella sua storia ed io voglio esser testimone del cambiamento politico, sociale e culturale che il processo di pace rappresenta. Libertà è partecipazione ed io sono contento di aver l'opportunità di lavorare per un'organizzazione come PBI Colombia che offre ai difensori dei diritti umani la possibilità di partecipare a questo processo, perché, secondo me, non può esistere nessun vero processo di pace senza il rispetto dei diritti umani di base (fundamental?). In questo periodo con PBI Colombia spero di imparare molto sul paese e sul metodo organizzativo basato sul principio dell'orizzontalità ed allo stesso tempo contribuire al lavoro di questa organizzazione con il mio entusiasmo, felicità e determinazione!

Marco Porcheddu in una pausa di lavoro.

Marco Porcheddu è stato volontario di PBI in Colombia dal 2014 al 2016. Leggi qui la sua storia.

Sara Ballardini

Sara è un'ex volontaria di PBI Italia in Colombia. L'abbiamo intervistata perché ci raccontasse perché ha deciso di impegnarsi con PBI e qual'è stata la sua esperienza. Leggi qui la sua intervista

Guido Cenni

Anche Guido è stato impegnato con PBI in Colombia. Puoi leggere qui la sua testimonianza.  

Testimonianze

“PBI ci ha accompagnato… per più di cinque anni, facendo visita a carceri, posti di blocco militari e della polizia, sindacati, tribunali e lezioni universitarie. Ci ha accompagnato in diverse regioni, viaggiando in autobus, in nave, in elicottero, a cavallo o a piedi. Ci accompagnano all’aeroporto quando arriviamo o lasciamo il Paese, rimanendo assieme a noi per periodi di tempo che in certi casi superano le 18 ore al giorno, sette giorni su sette. E anche quando non sono con noi,  sono impegnati in attività diplomatiche legate a lobby presenti nell’Unione Europea e negli Stati Uniti….Posso sicuramente affermare che continueremo a sostenere il lavoro di PBI per tutta la vita.”
Luis Pérez Casas, del Collettivo di avvocati “José Alvear Restrepo”, Colombia, un’organizzazione soggetta a costanti minacce

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